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IL GOVERNO ITALIANO
«Non servono altri soldati,
potenziamo l'azione politica»
ROMA — "Nessuno di noi pensa che aumentando il
numero delle truppe in Afghanistan si possa risolvere
un pro-blema così drammatico come quello di quel
Paese», ha detto venerdì scorso a Lucca Romano
Prodi Al suo fianco c'era Jacques Chirac, presidente
di uno Stato, la Francia, sollecitato dalla Nato
quanto l'Italia a mandare truppe scelte nelle zone di
combattimento nel Sud dell'Afghanistan. Non si sa
se oggi al vertice di Riga la delegazione di Parigi
continuerà a rifiutare un contri-buto del genere alla
missione Intemational Security Assistance Force, Isaf. Di certo, il presidente del Consiglio italiano ha
sostenuto una tesi in sintonia con affermazioni
recenti dei ministri degli Esteri e della Difesa,
Massimo D'Alema e Arturo Parisi.
«La strategia dell'intervento armato seguita finora si
è rivelata inefficace», dichiara spesso D'Alema.
Tutte queste prese di posizione hanno avuto l'aria di
essere messaggi preven-tivi alla Nato e agli Stati
Uniti i più interessati a sollecitare un coinvolgi-mento
nei combattimenti contro i tale-bani. I tre uomini che
hanno più peso su questo nel governo italiano non
intendono assolutamente assecondare le richieste di ritiro avanzate dal
settori più a sinistra dell'Unione,ma sottoli-neano la necessità di potenziare razione
politica in Afghanistan sia perché è vero che finora
non ha dato tutti i frutti sperati sia perché è un modo
con il quale possono far sfiatare le pressioni
all'interno della coalizione. Anche ieri il Pdci, tramite Iacopo Venier, è tornato a proporre «una riflessione sull'exit strategy» indi-cando
a esempio il Belgio.
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BRUXELLES — Il vertice
delle grandi ambizioni, della
«trasformazione epocale» della Nato rischia di inchio-darsi
sull'Afghanistan. Il segretario generale dell'Al-leanza atlantica,
l'olandese Jaap de Hoop Scheffer, lo ha ripetuto anche ieri, ar-rivando a
Biga, la capitale della Lettonia che ospita da oggi il summit
dell'organiz-zazione, con i 26 capi di Stato e di governo. "In Af-
ghanistan bisogna fare di
più». Negli ultimi giorni, intervistato da Le Monde, de Hoop Scheffer
era stato preciso: «La Ue dovrebbe impegnarsi molto di più". La missione
Isaf («International security and assistance torce"), passata sotto co-mando
Nato nel 2003, conta più di 30 mila unità, avendo assorbito i 12 mila
militari (in gran parte ameri-
cani) di «Endurìng fre-edom".
L'area più pericolosa è il Sud, affidato agli inglesi, con
l'appoggio di olan-desi, canadesi, australiani e neozelandesi. L'insidia è
quotidiana. Ieri,a Kanda-har, un uomo-bomba si è fatto esplo-dere nel mez-zo
di un convoglio mili-tare: due soldati sono rimasti uccisi (probabil-mente
due ca-nadesi, ma in serata mancavano an-cora conferme ufficiali).
Dall'inizio dell'anno il bilancio delle vittime è pesante: 3,800 morti, di
cui 950 civili e 150 ap-partenenti a forze stra-niere. Uno scenario di
guerra aperta che minac-cia di peggiorare nei pros-simi mesi.
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Nel quartier generale della Nato, a Bruxelles,
si osserva che, in queste condizioni, non è più solo un problema di
rinforzi.
Certo, il comandante in capo, il generale dei mari-
e James Jones, sta ancora
aspettando una parte dei
2,500 uomini chiesti a settembre, «Al momento posso contare sull'85% degli
effettivi richiesti», ha spiegato lo stesso Jones. Domani, nella sessione
che aprirà il.confronto a Riga, de Hoop Sheffer, spalleggiato sicuramente da
americani e inglesi, sottoporrà ai
leader dell'Alleanza una scaletta di impegno cre-scente, perché la missione
Isaf «non ha limiti di tempo». Servono più mezzi, in particolare più
elicotteri da ricognizione e da combattimento. E, so-prattutto, dice il
segretario generale, «occorre che in caso di emergenza ciascun partner
presti assistenza agli altri. Capisco che i Parlamenti impongano del-le
restrizioni sulle proprie
forze, ma a volte è più im-portante togliere i "caveat" (cioè le
restrizioni, n.d.r.) piuttosto che inviare nuove forze".
In altri termini, visto che
l'"emergenza" è ormai quotidiana, i comandanti Nato vorrebbero poter
spostare le truppe da uno scacchiere relativamente più tranquillo come il
Nord (dove ci sono i tedeschi) al Sud. Non saia facile con-vincere i Paesi
europei.
Anche se il presidente francese Jacques Chirac è pronto al rilancio:
proporrà la creazione «di un gruppo di contatto» tra Paesi Nato e altri
partner.
Chiaro l'intento di coin-volgere in modo più diretto il Pakistan nel
controllo delle frontiere. |
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«Il ritiro da Nassiriya completato
sabato» |
ROMA — «II ritiro delle
nostre truppe dall'Iraq è praticamente concluso». Nel dare l'annuncio,
il presidente del Consiglio Romano Prodi ha tenuto a precisare che tutto
è avvenuto in perfetto ordine. «Senza tanti proclami un convoglio lungo
dieci chilometri è arrivato in Kuwait». È la conferma delle no-tizie che
aveva anticipato ieri il Corriere della Sera.
Dei 3.200 militari schierati all'inizio sul fiume Eufrate, a Nassiriya,
solo poche decine rimangono ancora nel deserto iracheno. Prodi stima
attorno ai «60-70 soldati rimasti per la consegna delle caserme alla
polizia irachena». Hanno lasciato la base di Camp Mittica, compresi i
700 moduli abitativi, agli iracheni e si sono sistemati a Tallii, una
ven-tina di chilometri da Nassiriya, nel-la grande base che ospita vari
contingenti fra cui quello americano.
La missione Antica Babilonia cominciò nel giugno 2003 allo scopo di
«concorrere, con gli altri Paesi della coalizione, a garantire una
cornice di sicurezza essenziale per un aiuto effettivo e serio al popolo
iracheno». La sua conclusione è stata argomento di un col-loquio
telefonico fra Prodi e il presidente americano George W.
Bush. «Mi ha detto — spiega il capo del governo — che gli dispiaceva, ma
sapeva che ce ne
saremmo andati perché lo aveva-mo con serietà annunciato durante la
campagna elettorale».
Il ritorno a casa degli ultimi soldati avverrà, secondo le informazioni
fornite da Prodi, «entro il 2 dicembre», cioè sabato prossimo. I
collaboratori del ministro della Difesa Arturo Parisi stanno met-tendo a
punto gli ultimi dettagli per
il rientro, devono stabilire la data esatta e capire se il ministro,
impe-gnato nei lavori della Nato a Riga, tornerà in tempo per accogliere
il comandante della brigata Garibaldi Cannine De Pascale, che sarà
l'ultimo a lasciare il territorio iracheno dopo aver fatto ammainare
la bandiera di guerra.In questi tre anni e mezzo i reparti si sono
dati il cambio ogni quattro mesi e in totale si sono avvicendati dieci
contin-genti. |
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Non tutti i militari italiani
abbandoneranno il suolo iracheno.
Una ventina continueranno a restare a Bagdad.
Lavorano per insegnare ai loro colleghi iracheni i segreti del mesti-ere.
È un gruppo che però non fa parte della missione Antica Babilonia, ma
opera nell'ambito di un'operazione Nato dedicata, ap-punto,
all'ad-destramento del-l'esercito ira-cheno.
Quello che adesso si conclude è stato un lungo addio, un trasloco durato
tre mesi. Il convoglio di dieci chilometri di cui parla Prodi era
formato da mille container e 800 mezzi militari. Naturalmente non si è
snodato
tutto insieme. Il trasferimento
verso il porto di Kuwait City è
cominciato all'inizio di settembre. Pochi mezzi alla volta sotto la protezione di scorte armate e di elicotteri. Non tutti i giorni l'auto-strada da Nassiriya al
Kuwait era praticabile.
Quando i militari degli altri Pa-
esi, soprattutto i britannici, do-
vevano spostarsi coi loro mezzi, gli italiani erano costretti a
star fermi.
Alcune cifre danno un'idea
dell'imponente operazione: per riportare in Italia i container e i mezzi
militari sono stati presi
in affitto 6 Antonov e 10 navi da carico. Gli uomini sono rientrati con
20 voli di aerei noleggiati.
«Ora—dice il sottosegretario alla Difesa Marco Verzaschi — non dobbiamo
abbandonare gli
iracheni a se stessi, ma assicurargli una collaborazione economica per
favorire il loro sviluppo». Mentre Elettra Deiana, di Rifondazione
comu-nista, invoca «uno sforzo diplo-matico per la risoluzione del
dramma iracheno». Ne è convinto anche il viceministro degli Esteri Ugo
Intini, il quale ha accolto ieri alla Farnesina il ministro della
Giustizia iracheno Hashim A. al-ShebIy proprio nello spirito di una
collabora-zione tesa a ricostruire un clima vivibile in Iraq.
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